
La storia del talentuoso mediano di Faenza che non si piegò alla dittatura
Questa è la storia di un eroe, che non ha avuto paura di opporsi alle ingiustizie, nemmeno in un momento storico in cui tale opposizione poteva costargli la vita.
Il rifiuto
È il 1931 quando a Firenze viene inaugurato il nuovo stadio, intitolato al gerarca fascista Giovanni Berta, ucciso dieci anni prima. Il tutto viene festeggiato con un’amichevole tra la stessa Fiorentina e gli austriaci dell’Admiral Vienna. E come avviene prima di ogni partita in quegli anni, i giocatori schierati a centrocampo sono “invitati” a salutare i gerarchi seduti in tribuna con il braccio teso. Tutti “obbediscono”: chi per convinzione, chi per paura o chi semplicemente per quieto vivere.
Ma ce n’è uno che si rifiuta, quella volta così come in tutte le future partite: Bruno Neri.
In quegli anni Bruno mostra platealmente la sua disapprovazione verso il regime, decidendo di esporsi anche fuori dall’ambito sportivo.
Gli inizi
Bruno ha talento, fa la fortuna della squadra della sua città, il Faenza, nella serie cadetta e, appena diciannovenne, passa alla Fiorentina del patron marchese Ridolfi, fascista sin dagli albori.
Anche nel capoluogo toscano Neri disputa degli ottimi campionati che gli valgono persino la convocazione in Nazionale.
“La Gazzetta dello Sport” esalta continuamente il talento viola. In azzurro gioca insieme a campioni come Silvio Piola e Giuseppe Meazza, fino a quando non arriva l’interesse del Torino di Ernest Erbstein, l’allenatore dei cinque scudetti consecutivi di quella leggendaria squadra scomparsa in toto nell’incidente aereo sul monte Superga.
L’ultima partita in Serie A
Proprio in maglia granata, più o meno un decennio prima del tragico epilogo, Bruno Neri giocherà la sua ultima partita di alto livello, prima di ritirarsi a soli 30 anni.
Sì, perché vista la triste guerra in atto, decide di dedicarsi completamente alla “resistenza”.
Nel 1943 entra nell’Organizzazione resistenza italiana (Ori) diventando vicecomandante del battaglione Ravenna: il suo nome di battaglia è Berni. La passione per il calcio del partigiano Berni, però, è comunque troppo forte, tanto da spingerlo a tornare in campo, partecipando al campionato Alta Italia con la maglia del suo Faenza.
La morte
Neri si dedica al recupero di armi e al trasporto di radio utili per i gruppi partigiani in lotta per impedire i “rastrellamenti” nella sua zona, tra i monti dell’Appennino tosco-emiliano.
Ed è purtroppo in una di queste operazioni che il 10 luglio 1944 il partigiano Berni perde la vita insieme al suo compagno Vittorio Bellenghi, giocatore di Pallacanestro suo compaesano, per mano dei nazisti.
Muore così Bruno Neri, il “mediano partigiano” che ha sempre giocato per i compagni, in campo e fuori.
Uno di quegli uomini che ha lottato per la nostra libertà.