Zinedine Zidane, il figlio della Castellane

Dalle strade della Castellane alla gloria eterna

 

 

Zinedine Zidane
Zinedine Zidane – ritratto Mario Monno

 

Metà anni ottanta, quartiere La Castellane. Periferia più infima di Marsiglia, uno di quei posti pieni di criminalità dove chi ha qualcosa da perdere preferisce non mettere piede: troppa paura, troppa tensione, troppo pericolo.

È qui che cresce il piccolo Zinédine Yazid, quinto figlio della famiglia Zidane. Suo padre, Smaïl, è scappato dall’Algeria perché filofrancese e quelli come lui, gli harkis, dopo la Guerra d’Algeria, erano considerati traditori: non gliel’avrebbero mai perdonato.

In Francia si è trovato un lavoro, ha incontrato Malika (anche lei originaria dell’Algeria) e si è ricostruito una nuova vita.

Da questa nuova vita francese nascerà Zizou, che inizia a fare sfoggio del suo talento proprio tra i miseri palazzoni marsigliesi. “In quelle strade” ricorda, “ho giocato per anni per sei ore al giorno”.

Quella è la sua unica scuola calcio fino ai dieci anni, quando viene tesserato prima dal Saint-Henri, piccolo club locale, poi dal più quotato Septèmes-les-Vallons, che disputa le sue partite casalinghe in uno sgangherato campo di terra battuta, non certo il posto migliore per coltivare le sue doti.

Ma è proprio su quel campetto malmesso e pieno di buche che si inizia a percepire che, Zinédine, non è proprio un ragazzino qualunque.

Oltre a un fisico già robusto, mostra un tocco di palla e un’intelligenza nettamente superiori alla media. Un ex compagno racconta di quando, nel finale di una gara importante che stavano vincendo per 2-1, arriva un pallone fortissimo nella loro area. E lui, invece di liberarsene velocemente, lo stoppa, lo fa passare sulla testa di un avversario e riparte da solo in contropiede, realizzando poi il definitivo 3-1.

Un fenomeno simile, ovviamente, non poteva passare inosservato.

Il primo ad accorgersi di lui, durante uno dei tanti raduni per giovani calciatori organizzati nel centro d’addestramento di Aix-en-Provence, è Jean Varraud, osservatore del Cannes, che sarebbe lì per studiare un’altra promessa, ma resta subito rapito dal giovane francoalgerino.

“Attraversai il campo e dissi: ‘Mi interessa quel ragazzo’. Mi risposero: ‘Se lo pigli pure, è un violento!’”

Lì per lì Varraud ci rimane male. Il fatto è che Yaz, come lo chiamava la sorella, era l’unico figlio di immigrati nordafricani nel Septèmes e spesso veniva deriso e insultato: la violenza, quindi, era il suo modo di reagire. In un certo senso, la sua strada per sopravvivere.

“Si capiva che non era cattivo” racconta Varraud. “Era semplicemente un guerriero del calcio di strada”. Un guerriero baciato da un talento immenso, un mix perfetto tra cuore e piedi.

Un guerriero che, qualche decennio dopo, avrebbe scritto la storia del calcio francese e mondiale vincendo tutto quello che c’era da vincere. Di squadra e individualmente. In campo e da allenatore. Un predestinato, probabilmente uno dei più grandi talenti che il calcio abbia mai partorito.

Le magicien della Castellane, monsieur Zinedine Zidane.

 

 

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Luigi Potacqui
Fondatore di Romanzo Calcistico. Ho scritto un libro, "La magia del numero 10". Perché il 10 è davvero un numero magico.
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