Roy Keane, the Irishman

Scontri epici, risse sfiorate, entrate da killer, parole di troppo… La storia di uno dei capitani più carismatici e duri che si siano mai visti 

 

– “Arrivare in ritardo non significa essere un cattivo ragazzo? Sì, se fai parte di uno spogliatoio che pullula di giocatori affamati di vittorie. Ma anche se all’allenamento devi essere alle dieci e mezzo e uno si presenta alle dieci e venti, per me è in ritardo. Ufficialmente no, ovvio. Ma se non riesci ad arrivare alle dieci, per fare due chiacchiere, lo stretching e i massaggi, per me sei in ritardo. La preparazione all’allenamento è metà dell’allenamento per una squadra vincente”.

– “Eravamo eliminati. E io avevo fatto da spettatore. Terribile. Se avessi giocato, sarebbe finita in maniera diversa. Qualunque giocatore dovrebbe pensarlo. Devi avere sempre la sensazione di poter fare la differenza”. (Dopo l’eliminazione dalla Champions League contro il Porto, non giocata per squalifica)

– “Perdemmo 4-1 contro il City in trasferta. Io non ero in campo: io da giocatore non ho mai perso contro il Manchester City”.

– “Io vengo da una tradizione diversa: mai mostrare che stai male, anche quando stai male. Resisti. Non essere debole, lotta anche quando non stai bene”.

Questi sono  tutti piccoli estratti del suo secondo libro – “Second half” – e descrivono perfettamente la sua mentalità e, soprattutto, ciò che rappresentava in campo e nello spogliatoio per quel Manchester United.

Roy Maurice Keane da Cork – città della regione irlandese di Munster – ha indossato la maglia dei red devils per dodici lunghi anni (dal 1993 al 2005) e, nella maggior parte delle gare, con la fascia di capitano al braccio.

Un irlandese vecchio stampo, uno che gamba e lingua non le tirava mai indietro. Uno che, a dire la verità, non si tirava mai indietro con niente e nessuno, come se avesse un ordine da eseguire. Un po’ in stile “Cosa nostra” insomma, dove l’onore di un uomo vale più di una vita. Con le dovute proporzioni, ovviamente. 

In campo, certo, dentro quello che lui chiamava “fottutissimo campo verde”. Lì, la parola paura, per lui, non esisteva.

Celebri gli scontri con quell’armadio di Patrick Vieira, per un periodo capitano degli acerrimi rivali dello United, l’Arsenal degli “invincibili” di Arsene Wenger. Così come è famoso ai più quello, brutale, con Alf-Inge Håland, padre di Erling Braut e un altro per niente piccolino (187cm per 90 kg da calciatore)…

La resa dei conti

Aprile 2001, Old Trafford, si gioca il derby mancuniano tra Man United – Man City.

Roy, per vendicarsi di una partita giocata quattro anni prima – ad Elland Road tra Leeds e United, dove Alf, preso dalla foga, gli grida in faccia di smetterla di fingere mentre è a terra (la diagnosi per Keane sarà invece rottura del crociato) – rifila un’entrataccia al centrocampista norvegese, facendo poi la stessa cosa a parti invertite: le parole, a detta dello stesso Roy, saranno più o meno queste.

“Avevo aspettato abbastanza. – riporta nella sua autobiografia – L’ho colpito dannatamente forte. La palla era là (credo)… Ecco, brutto stronzo! E non provare mai più a ghignarmi in faccia che sto simulando un infortunio”.

Håland, che a seguito del fallo riporterà anch’egli la rottura del crociato, dopo quello scontro non ha praticamente più giocato (solo altre tre partite con i citizens prima di tornare in Norvegia e ritirarsi), e a Roy in molti non hanno perdonato il fatto che non si sia mai scusato e che, anzi, lo abbia persino scritto sul suo libro.

Cosa ne penso io? Per quel minimo di esperienza che ho di calciatore e avendo vissuto molti scontri e litigi durante la mia carriera, credo con convinzione che le cose di campo dovrebbero rimanere in campo. Ma credo anche che non tutti, caratterialmente, siamo uguali. 

Onore

Roy in campo si comportava come un guerriero del passato, tipo quei cavalieri o pistoleri che per onore sfidavano a duello qualcuno: era come se non si potesse esimere da questa sorta di “o io o te”.

Oltre che per natura, forse, anche per quella sua tremenda fame di successo.

Non era mai sazio di vittorie, così come quel meraviglioso United di Sir Alex Ferguson, una delle più grandi e vincenti squadre degli ultimi trent’anni.

Per capire fino in fondo il carattere e il temperamento del centrocampista irlandese, vi racconto un ulteriore aneddoto.

Dopo una partita, Alex Ferguson si complimenta davanti ad un giornalista con il suo capitano, dicendo: “Keane ha eseguito alla lettera le indicazioni, ha coperto alla perfezione ogni filo d’erba del campo”. Ma Roy, anziché essere felice, la prende male e, dentro lo spogliatoio, offeso dice a mister Fergie: “Cosa pensa che io sia, il postino che consegna le lettere? Cosa pensava, che rinunciassi?”.

Il tutto davanti alla squadra con un Ferguson palesemente imbarazzato.

Mai mettere in dubbio la fedeltà e l’onore di un irlandese.

Luigi Potacqui
Ho creato Romanzo Calcistico. Ho scritto per Sonzogno "La magia del numero 10", perché il 10 è davvero un numero magico. Poi, non contento, ho scritto “Settimo Cielo”, il romanzo dei numeri 7. Perché vedere giocare Garrincha, George Best, per arrivare fino a Cantona e a CR7, non puoi che sentirti in paradiso.
https://www.romanzocalcistico.com

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